JAZZ BLUES ROCK LA MUSICA DI MAURIZIO

GORAN BREGOVIC

 

Il musicista e compositore di Sarajevo, dopo aver pubblicato la prima parte di Alkohol lo scorso anno, si appresta a dare alle stampe il secondo volume dell'opera, la cui pubblicazione è prevista per il marzo del 2009. Goran Bregovic è anche il principale compositore di colonne sonore della Bosnia: tra le tante si ricordano quelle di due film di Kusturica: Il tempo dei gitani, del 1988, e Underground del 1995.

 

 
Goran Bregovic-Alkohol




Ian Gillan-One Eye To Marocco




Tony Allen-Secret Agent




Enrico Rava-Stefano Bollani
The Third Man




Branford Marsalis Quartet-Metamorphosen





Avishai Cohen-Aurora


 

brani


1. 

Morenika  


2. 

Interlude in c# minor  


3. 

El hatzipor  


4. 

Leolam  


5. 

Winter song  


6. 

It's been so long  


7. 

Alon basela  


8. 

Still  


9. 

Shir preda  


10. 

Aurora  


11. 

Alfonsina y el mar  


12. 

Noches noches / la luz  

 

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               CREAM

        I britannici Cream furono una delle istituzioni del "blues revival" che imperversò negli anni Sessanta. Ma in realtà la loro portata storica si rivelò ancora più ampia. Influenzarono, infatti, in maniera significativa anche la psichedelia inglese e soprattutto l'hard-rock. Lo stesso Jimi Hendrix ammise che la sua "Experience" era nata per proseguire il cammino della "Sacra Crema". Il blues aveva già, a sua volta, subito importanti innovazioni da parte di band storiche, come i Rolling Stonese gli Who. I Cream fecero il resto, riuscendo anche a rendere accessibile al pubblico il loro peculiare (per l'epoca) modo di fare musica: lunghe jam libere dal vivo, al posto delle canzoni dalla struttura canonica "chorus-bridge" e registrate in studio. 

Ma i Cream furono anche uno dei primissimi supergruppi che apparvero sulla scena del rock. Il sacro triumvirato, costituito nell'autunno del 1966, era composto da primedonne che sarebbero state leader in qualsiasi altra grande band, ovvero Sua Maestà Eric Patrick "Clapton" Clapp (Ripley, Surrey, 30/3/1945), chitarrista noto anche come "Slowhand" per il suo particolare modo di tenere sospese le note, il bassista e cantante Jack Bruce, e il rosso batterista Peter "Ginger" Baker. Tutti e tre, prima dell'unione della "Sacra Crema", vantavano già gloriosi trascorsi con altri musicisti e band della nascente nuova ondata britannica. 

Eric Clapton, in odor di santità ancora prima dei Cream, vantava trascorsi a metà stada fra il beat e un ancora acerbo R&B nei primissimi Yardbirds, la storica formazione in cui militarono anche Jeff Beck e 
Jimmy Page che si rivelò di fondamentale influenza sulle generazioni successive. Anche John Mayall con i suoi Bluesbreakers beneficiò del tocco claptoniano nel suo mitico album omonimo. Quando il disco raggiunse il sesto posto delle chart inglesi, un fanatico scrisse su un muro: "Clapton is God". Appassionatosi sin da ragazzino a Jerry Lee Lewis e al blues, Clapton aveva iniziato ad apprendere la chitarra con tanta passione che fu espulso dal Kingston College of Art, all'età di diciassette anni, per aver suonato in classe. 




Jack Bruce (Lanarkshire, Scozia, 14/5/1943), ovvero tutto quello che deve fare un bassista e anche di più. Attraverso Bruce, il basso si ritagliava uno spazio tutto suo e si elevava a strumento solista, capace non solo di tracciare linee melodiche di sottofondo, e quindi dare sostegno alla musica, ma di proporre un modo spettacolare e virtuosistico di esprimersi. Un basso (a volte anche a sei corde) che proprio non ne voleva sapere di starsene racchiuso in quel solito angoletto a disegnare solo basi ritmiche, ma osava rivaleggiare per vitalità proprio con lo strumento principe del rock, la chitarra. Bruce era anche l'unico vero cantante del gruppo, forte di una voce di grande estensione e vigore. Nel proprio curriculum, poteva già annoverare esperienze insieme a nomi gonfi di gloria, come Graham Bond, Alexis Korner, o con i Manfred Mann, per proseguire, anch'egli in quell'"università del Blues" che erano i Bluesbreakears di Mayall, in sostituzione di John McVie, impegnato a formare un'altra notevole band del British Blues come iFleetwood Mac. Infine, proprio con Clapton, Bruce aveva condiviso l'esperienza dei Powerhouse, un gruppo avviato dallo stesso John Mayall nel quale suonava le tastiere Steve Winwood

Il batterista Peter Edward "Ginger" Baker (Lewisham, Londra, 19/8/1939), infine, con le sue influenze jazzistiche, ha introdotto la sua irrefrenabile fantasia per l'improvvisazione sperimentale in un genere, il blues, assai più rigoroso e schematico di certa musica free-form. E sonorità tribali, provenienti dalle culture più remote d'Africa, echeggiano ancora sulle basi ritmiche dei Cream, un tappeto percussivo capace di ampliarsi in performance senza confini dal vivo per spettacolarità di esecuzione e inventiva. Baker diverrà importante anche per aver introdotto nel rock uno dei primissimi brani fatti solo di esercitazioni di stile del proprio strumento, qual è "Toad". Al fianco dello stesso Bruce in altre precedenti esperienze, già nel 1960 Baker aveva perfezionato la tecnica di percussionista con il nigeriano Fela Anikulapo Kuti e, successivamente, con Alexis Korner e nella Graham Bond Organisation. 

Riuscire a unire tre fortissime personalità come quelle di questi tre signori si rivelò fin dall'inizio impresa alquanto ardua e condannata inevitabilmente a una breve durata, ma furono anni intensi e furenti. I Cream erano dilaniati da rivalità interne, antipatie mai nascoste, voglie di primeggiare e schiacciare il resto della band. Contrasti che, in altre formazioni, sarebbero stati deleteri, ma nel loro caso diventarono la molla per intense interpretazioni musicali di cui l'unica beneficiaria era la musica stessa. 
I Cream rivisitarono il blues, liberandolo da certi vecchi stilemi, lo innovarono, attraverso riff potentissimi di poche note, ma impregnati di una potente carica espressiva tale da sostenere l'intelaiatura di un intero brano anche per diversi minuti; ma la loro forza era anche una base ritmica, robusta e potente ma agile al tempo stesso, capace di esplodere in ampie improvvisazioni all'insegna del feeling, e magari correre il rischio di non terminare mai, se l'ispirazione era quella giusta. A volte i Cream, lavoravano d'insieme, come un solido e armonioso unico corpo; altre volte, invece, usavano spartirsi gli spazi in un intero 33 giri, personalizzando a proprio piacimento un determinato suono, ma riuscendo al contempo a creare un universo di fantasia in cui confluivano gli umori più svariati. Grazie ai Cream il "vecchio" blues è ripartito per esplodere qualche stagione dopo nei territori dell'hard-rock, con i 
Led Zeppelin come principali portabandiera. 

Il trio iniziò a sfoggiare la propria esperienza nei club londinesi e successivamente sui grandi palcoscenici dei concerti rock, esibendosi in virtuose jam session, basate soprattutto sull'improvvisazione e vigorosamente amplificate. 
Nel dicembre del 1966, dopo il singolo "Wrapping Paper", fu pubblicato il primo lavoro discografico sulla lunga distanza, 
Fresh Cream. Benché fosse costituito per gran parte da cover blues, come "Four Until Late" del grande bluesman Robert Johnson, l'album rappresentò una vera e propria innovazione nel panorama musicale, grazie all'utilizzo del wah-wah negli assoli e nei riff di Clapton, e per le acrobazie percussionistiche di Baker; senza voler togliere nulla, poi, alla voce calda e suadente di Bruce, autore di alcuni brani inediti, scritti in collaborazione con il poeta Pete Brown. Il rock di "I Feel Free", costituito da cori vocali, funge da elemento di continuità tra il passato e il proseguimento della loro carriera; la formula si ripete anche in "N.S.U." (acronimo di "non-specific urethritis", ovvero il nome di una malattia venerea), dove si cominciano a intravedere tracce di psichedelia, soprattutto nell'arpeggio iniziale della chitarra. 

Nel marzo del 1967, i Cream fecero il loro primo viaggio negli States, dove furono invitati a suonare per dieci giorni nel K Show di Bill Murray. I tre dovevano eseguire i loro brani in un tempo programmato, ma la performance fu un fiasco, poiché il teatro era mezzo vuoto. In realtà, il trio non era molto d'accordo sulle volontà dello stesso Murray, che dovette capitolare. Fu proprio in quel periodo che i Cream entrarono negli studi dell'Atlantic Records e in tre giorni di maggio diedero vita al loro album più importante, 
Disraeli Gears (1967): copertina psichedelica e produzione a cura di Felix Pappalardi, autore anche degli arrangiamenti insieme a Robert Stigwood. A differenza del primo album, per gran parte fondato su cover di blues revival, il disco è un misto tra rock-blues e psichedelia, ed è costituito soprattutto da pezzi inediti. La prima traccia, "Strange Brew", è un azzeccato tentativo di sposare i ritmi del blues all'energia del rock, ma il capolavoro è la successiva "Sunshine Of Your Love": un riff rabbioso che è leggenda introduce Bruce, che impreziosisce il tutto con un interpretazione vocale carica di feeling e un basso che si discosta dalla melodia tracciata dalla chitarra stessa per poi unirsi a essa nel tracciare il medesimo riff melodico con la stessa carica aggressiva del feedback chitarristico; Baker in sottofondo "galoppa" in solitudine con rullate e controtempi; il solo chitarristico centrale di Clapton è vigoroso e innovativo, con le note che acquistano via via colore per intensità espressiva e carica emozionale. Dopo tanto furore, il clima si placa in "World Of Pain", interpretato da Bruce, con atmosfere a metà strada fra il beat e rimembranze chitarristiche di psichedelia. Altro classico è "Tales Of Brave Ulysses": inizio surreale con il basso a indicare la retta via melodica che di lì a poco prenderà forma; Clapton usa l'effetto wah wah da par suo, in impennate nervose solistiche che subito si placano in mezzo ai molteplici e bruschi stop che Baker impone con il suo (qui) fragoroso stile. E' invece furente rock, con venature nere incandescenti, quello di "Swlabr": riff azzeccato e ultra-distorto, con Bruce recupera terreno su Clapton inserendo ruggiti bassistici che a volte superano lo stesso "Manolenta", salvo poi cedergli il passo in un solismo che arriva alle stelle. Nell'altro standard blues di "Take It Back", infine, compare anche l'armonica, suonata da Bruce. 

Il successo commerciale di 
Disraeli Gears fu enorme, a tal punto che le vendite poterono competere largamente con i Beatles e i Rolling Stones. Senza menzionare il successo dei tour e degli storici concerti che seguirono. 

Nell'agosto del 1968 fu pubblicato 
Wheels Of Fire (1968), un doppio album costituito da un disco realizzato in studio e un altro dal vivo, registrato tra luglio del 1967 e giugno del 1968 al Fillmore East di New York, proprio alcuni mesi prima che i Fab Four producessero il doppio "White Album". Felix Pappalardi non si limitò alla produzione, ma interferì maggiormente nelle sessioni in sala di registrazione, apportando numerosi effetti elettronici e suonando diversi strumenti classici (clavicembalo, violino, violoncello). Nel capolavoro del disco, la celeberrima "White Room", oltre ai soliti, immortali riff di Clapton, si riscontra una particolare simbiosi tra musica sinfonica e blues, grazie all'intervento della viola, amalgamata alla chitarra; ciò accade anche in "Passing The Time" e nell'intensa "As You Said", dove è invece un violoncello a dialogare con voce e chitarra (acustica). Non mancano poi perle di psichedelia pura, come "Pressed Rat And Warthog". Il cordone ombelicale con il passato è invece rappresentato dai pezzi blues: "Born Under A Bad Sign" e soprattutto "Politician", caratterizzato da un riff strascicante e ipnotico. Chiude l'album l'incendiaria cavalcata di "Deserted Cities Of The Heart". Tra le tracce live, "Toad", composto da Baker, si sviluppa su un suggestivo show di batteria (ben diciassette minuti!), tra i primissimi della storia del rock; da ricordare è anche la versione di "Crossroads", ossia un medley che racchiude in sé due canzoni di Robert Johnson, "Crossroads Blues" e "Traveling Riverside Blues", con una delle più leggendarie performance solistiche di Clapton. Degna di nota, infine, la cover di "Spoonful" di Willie Dixon, con immancabile improvvisazione finale.

Nonostante il grande successo conseguito, in seno alla band cominciarono a manifestarsi diversi dissensi. Come molti grandi musicisti virtuosi, infatti, i tre erano profondamente egocentrici, al punto da assumere ripetutamente atteggiamenti da prima donna, soprattutto nei concerti. Il resto fu da attribuire soprattutto all'abuso di droghe da parte dei tre. Il risultato fu l'inevitabile addio, ufficializzato in un concerto tenuto alla Royal Albert Hall, il 26 novembre 1968. 
L'ultimo album del gruppo, intitolato non a caso 
Goodbye, fu pubblicato nel 1969, dopo lo scioglimento. Il disco presenta tre pezzi live, tra cui "Politician" e una long-version di "I'm So Glad", composta da Nehemiah Skip James. Fra le tracce in studio, spiccano "Badge", una orecchiabile canzone pop-rock scritta da Clapton e da George Harrison e "What A Bringdown", costruita su tempi dispari. 
Nel 1972 è stato pubblicato 
Live II, che contiene le loro più importanti jam dal vivo, mentre il primo volume conteneva dei blues più convenzionali. 

I tre, a questo punto, decisero di avviare carriere separate. Clapton collaborò nuovamente con Bruce nei Blind Faith di Steve Winwood, ma fu un'esperienza altrettanto breve. Successivamente si trasferì negli Stati Uniti, dove nel 1970 portò al successo "After Midnight" di J.J. Cale. Fondò poi i Derek & Dominoes, con i quali pubblicò il doppio 
Layla (1970), dove intervenne un altro virtuoso chitarrista, Duane Allman. 
Divenuto nel frattempo schiavo dell'eroina, si ritirò dalle scene per alcuni anni, fino alla realizzazione di 461 Ocean Boulevard (1974), che contiene una versione riarrangiata di "I Shot The Sheriff". Il suo stile fu sempre più simile a quello di J.J. Cale, basato su gospel, soul e reggae. Pubblicò numerosi album, tra cui 
Slowhanddel 1977, che contiene la sua versione di "Cocaine", sempre di J.J. Cale. 
In seguito alla pubblicazione di 
August (1987), Clapton fu nuovamente ricoverato in clinica per disintossicarsi dall'alcool. Alcuni anni dopo, nel 1992, una tragedia sconvolse la sua già tormentata esistenza: suo figlio Conor, frutto della love-story con Lory del Santo, morì cadendo dal quarantanovesimo piano del suo appartamento a Manhattan. Il doloroso avvenimento ispirò la realizzazione del brano acustico "Tears In Heaven", incluso nell'album Unplugged
Dopo la raccolta di cover 
From The Cradle (1994) e altri lavori poco fortunati comePilgrim (1998), Clapton ha compiuto con Me And Mr. Johnson (2004) un nuovo omaggio al suo maestro Robert Johnson, seguito poi da altri due album, She's So Respectable (2004) e Back Home (2005).

Bruce iniziò a suonare con musicisti jazz. 
Songs For A Tailor del 1969 tenta una fusione tra folk-rock e jazz. Nel 1970, da una jam session con il sassofonista Dick Heckstall-Smith dei Colosseum e il chitarrista John McLaughlin, nacque Things We Like. Nei due anni seguenti suonò nel gruppo di Tony Williams e nell'orchestra di Carla Bley. Fu poi la volta di Harmony Row (1971), dove rinnovò il connubio tra rock e jazz. Nel 1989, dopo essersi disintossicato dalla droga, pubblicò il primo dei tre album considerati tra i migliori della sua carriera: A Question Of Time. Gli altri due furono Somethinels (1993) e Monkjack (1995). L'ultimo lavoro, Shadows In The Air, risale al 2001. 

Baker, dopo lo scioglimento dei Cream e la parentesi coi Blind Faith, si trasferì in Nigeria e si appassionò alla world-music. In seguito, distrutto dall'eroina, decise di disintossicarsi trasferendosi in Italia, dove iniziò a gestire un uliveto. Solo successivamente sarebbe tornato sulle scene, dedicandosi al rock-jazz e realizzando discreti lavori come 
Horses And Trees (1986), Middle Passage (1990) eUnseen Rain (1992). Nel 1994 partecipò a un altro album con Bruce, Around The Next Dream. L'ultimo suo lavoro, Coward Of The Country, risale al 1999, e presenta un ottetto che esegue la musica composta da Ron Miles. 

I Cream furono aspramente bacchettati da molti critici dell'epoca, che li accusarono di puro esibizionismo ed eccessivo autocompiacimento; altri li hanno spacciati per una mera unione tra bluesmen. Clapton smentì a più riprese quest'ultima tesi, ribadendo l'identità e la compattezza organica del trio. Ma il dibattito prosegue tuttora... Alcune raccolte, in particolare 
Live Cream (in 2 volumi) e un cofanetto di 4 cd, hanno cercato di alimentare il mito del "power trio" inglese. L'unica vera reunion dei Cream è avvenuta il 12 gennaio 1993, a Los Angeles, alla cerimonia ufficiale per il loro ingresso nella "Rock And Roll Hall Of Fame", con un set live. Di recente, tuttavia, Billboard ha rilanciato l'ipotesi di una possibile ricostituzione del gruppo, per una serie di concerti da tenere nel 2005 presso la Royal Albert Hall di Londra. 
Benché sia durato poco più di due anni, il fenomeno Cream ha investito profondamente la storia del rock, apportando influssi alla tecnica e allo stile di musicisti appartenenti a numerose generazioni, soprattutto per ciò che concerne l'hard-rock e l'
heavy-metal. E il pubblico tributò loro enormi consensi: in soli tre anni, riuscirono a vendere ben quindici milioni di dischi.

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           THE ROLLIN STONES

 

 

 

"World's greatest rock'n'roll band". Forse, per una volta, la (auto)definizione più abusata è anche quella giusta. I Rolling Stones non sono soltanto un miracolo di longevità: sono la quintessenza di un intero genere - il rock - che hanno contribuito a forgiare e rendere immortale, ripartendo proprio dalle sue radici - i ritmi tribali, il blues, il jazz - e coniando un sound potente e decisivo per le generazioni successive. Una simbiosi completa, che non si limita all’aspetto musicale. Nessuno meglio di loro, infatti, ha incarnato il modus vivendi, la frenesia e gli eccessi del rock. Una fiamma che continua a riaccendersi puntualmente a ogni nuova tournée, rinnovando un incantesimo che troppi dischi mediocri degli ultimi anni rischiavano di spezzare.

Brutti, sporchi e cattivi

I Rolling Stones esordirono nell’arena del rock in piena era beat, come l’alternativa "brutta sporca e cattiva" ai Beatles. Ne nacque subito la più scontata delle contrapposizioni: i garbati e simpatici sudditi di Sua Maestà contro i teppisti insolenti della suburbia londinese; i baronetti del conformismo pop contro le anime dannate del rock. Un contrasto tanto artefatto (per la fortuna dei discografici) quanto mendace, se si pensa ad esempio che i Beatles erano i veri figli della working class, mentre gli Stones scaturivano dalle velleità artistiche dei rampolli irrequieti della borghesia londinese. Entrambi, poi, condividevano ambienti e gusti musicali: fu Harrison a contattare la Decca per il primo provino degli Stones, mentre i Beatles regalarono ai futuri rivali il primo singolo; entrambi scivolarono negli eccessi e nelle droghe, inseguirono le sorgenti della musica americana, la psichedelia e l'utopia hippie, la contestazione e la stardom. Eppure, quello tra il quartetto di Liverpool e il quintetto di Londra resterà per sempre il più celebre dualismo della storia del rock.

La musica dei Rolling Stones affondava le radici nel blues inquieto di Robert Johnson, John Lee Hooker, Bo Diddley, e in un sano "rollare" di marca Presley & Holly; ma fu il modo in cui si avvicinarono a questo tipo di musicalità a provocare l’iniziale sdegno dei perbenisti. Rock "stradaiolo", in tutto e per tutto: nella melodia, nel look, e nel loro stesso stile di vita. Uno stile sublimato dalla stessa figura del frontman, Mick Jagger, satiro sguaiato e lascivo, capace di esprimere tutte le nevrosi e le lusinghe del rocker, in una rivisitazione animalesca della figura del crooner soul.

Provocatori per natura e per divertimento, i Rolling Stones esaltarono il loro spirito basilare fino a farlo divenire un autentico fatto di costume, ribellandosi agli stilemi imperanti, impomatati di tradizionalismo e bigottismo. Infarcivano i loro testi di un depravato senso di giovanilismo, riuscendo a essere perfettamente credibili in quelle storie ribollenti di eccessi, perché molte volte i personaggi principali di quelle storie erano loro stessi. Il loro era un linguaggio diretto, senza molti abbellimenti stilistici, ma in quelle parole si riconoscevano tutti quei giovani che si sentivano imprigionati nell’asfittica società dell’epoca. Il parlare di esperienze sessuali ai limiti (e al di là della pornografia, il teppismo urbano, i lucidi e drammatici racconti di vita avvelenata in squallide camere ospedaliere, o ancora, e più semplicemente, il raccontarsi all'insegna del divertimento, con la sfrenata bramosia di farlo ora, adesso e subito, non erano altro che l'invocazione di chi voleva evadere dal grigiore quotidiano.

La musica stoned non è mai stata particolarmente elegante dal punto tecnico, era una costruzione sonora poggiante su riff ripetuti all'infinito: pochi accordi e scarsa attenzione verso certe spettacolarità tecnico/strumentali. Eppure ogni strumento era un piccolo show: la batteria marziale e slanciata di Watts, la chitarra ruggente e sinuosa di Richards, il cantato black lussurioso di Jagger, il basso cavernoso di Wyman; in più, nella prima fase, il genio eclettico di Jones, capace di esplorare i suoni dell’organo, del dulcimer, del sitar e dei flauti dolci.

Heart of Stones

Il primo nucleo della band si costituisce a Londra agli inizi degli anni 60, quando il cantante Michael Phillip "Mick" Jagger (1943, Dartford, Gran Bretagna) e il chitarrista Keith Richards (1943, Dartford, Gran Bretagna), compagni di scuola fin dalle elementari e già insieme sotto lo pseudonimo di Nanker & Phelge, formano con Dick Taylor, Bob Beckwith e Allen Etherington i Little Boy Blue And The Blue Boys, uno dei tanti gruppi ispirati al blues di Chicago. All'organico si aggiunge subito il polistrumentista Brian Jones (Lewis Brian Hopkins-Jones, 1942, Cheltenham, Gran Bretagna). Jagger e Richards sostituiscono gli altri tre con il chitarrista Geoff Bradford, il pianista Ian Stewart e i batteristi Tony Chapman e Mick Avory (quest'ultimo poi confluito nei Kinks).

Brian Jones - Rolling StonesNella prima fase della storia, l'anima degli Stones è Brian Jones. Dotato di un prodigioso talento per la musica (fin da ragazzino sapeva già suonare di tutto, dall'organo al sassofono, e coltivava una passione sfrenata per gli spartiti jazz di Charlie Parker), Jones vantava anche il curioso primato di aver concepito ben sei figli da altrettante ragazze nell'arco di un decennio (il primo a 15 anni). Inguaribile provocatore e anticonformista, capelli lunghi e sguardo impertinente, incarnava in tutto e per tutto la figura del rocker dannato, cresciuto "on the road".

Il debutto della band avviene il 12 luglio 1962 in uno dei templi del rock: il Marquee di Londra. Nel frattempo, si uniscono al nucleo originario Bill Wyman (William Perks, 1936, Londra), ex-bassista dei Cliftons, e Charlie Watts (1941, Islington, Gran Bretagna), batterista della Blues Incorporated di Alexis Korner. Ribattezzatisi The Rolling Stones (da una celebre canzone di Muddy Waters), attirano l’attenzione del manager Andrew Loog Oldham, che procura loro un contratto con la Decca ed estromette dalla formazione Stewart, che diventerà road manager del gruppo e membro aggiunto. Sarà proprio Oldham a coniare il celebre slogan "Lascereste che vostra figlia uscisse con uno degli Stones?".

La musica dei Rolling Stones è impudente e selvaggia come la loro immagine. E attinge alle sorgenti blues del rock'n'roll. Il primo singolo, "Come On" (1963), è la cover di un brano di Chuck Berry, il secondo 45 giri è un gentile omaggio dei "rivali" Lennon e McCartney ("I Wanna Be Your Man", ma è "Not Fade Away" (di Buddy Holly) che, nel giugno 1964, ottiene i primi positivi riscontri di vendite.
I cinque successivi singoli (tra cui "Little Red Rooster", "The Last Time" e "Get Off My Cloud" contendono la vetta delle classifiche agli hit dei Beatles.

Nella luccicante Swingin' London degli anni 60, i Rolling Stones rappresentano l'anima nera e sotterranea della città. Quella che si nutre di baccanali assordanti nei club underground. Quella che vibra della rabbia dei bassifondi, dei sobborghi più violenti e degradati. La loro musica, tuttavia, riesce a far breccia su un pubblico molto più ampio, grazie alla straordinaria abilità tecnica di un ensemble che non si regge solo sul genio di Jones, ma anche sul chitarrismo selvaggio di Keith Richards, mentre Jagger, con il suo crooning satanasso, si imporrà come uno dei più grandi cantanti, frontman e performer di tutti i tempi.


It’s only rock’n’roll...

Il graffiante album d'esordio, Rolling Stones (1964), è in realtà la rielaborazione di alcuni grandi classici del rhythm and blues e del rock’n’roll, tra cui "I'm A King Bee" (Slim Harpo), "Carol" (Berry), "Route 66", "I Just Want To Make Love To You" (Dixon), ma presenta anche il primo brano firmato Jagger & Richard: "Tell Me".

In questa fase, tuttavia, la band si esprime soprattutto su 45 giri. Come con "It's All Over Now", versione di un brano di Bobby Womack incisa a Chicago, ma soprattutto con due cover di Dixon, "Time Is On My Side" e "Little Red Rooster", e due interessanti composizioni originali: "Heart Of Stone" e "Good Times Bad Times". Questi ed altri brani vengono raccolti in Rolling Stones n. 2 (che negli Usa si chiamerà Now).

E' il 1965, però, a segnare l'inizio del mito degli Stones, grazie a un trittico di singoli folgorante: "The Last Time" (febbraio), "(I Can't Get No) Satisfaction" (maggio) e "Get Off Of My Cloud" (settembre), tutti nel segno di un blues contagioso, propulso dai riff distorti di Richards e dal canto sguaiato di Jagger.
E' soprattutto "(I Can't Get No) Satisfaction", inno sensuale scandito da un riff-killer, a impazzare su entrambe le sponde dell'Atlantico, rimanendo per quattro settimane in testa alla classifica di Billboard.

A scandalizzare il pubblico sono anche i loro concerti incendiari (memorabile quello finito in rissa a Berlino nel 1966, dopo un passo dell'oca nazista messo in scena da Jagger), i continui atteggiamenti provocatori, lo stile di vita depravato, all'insegna di sesso, violenza, alcol e droga, i flirt scandalosi (celebre e infelice quello di Jagger con Marianne Faithfull, prima di tante queens of the Stones age sedotte e abbandonate). Una spettacolarizzazione cui il rock mai più si sarebbe sottratto e che, ahimè, dalla seconda metà degli anni Settanta, avrebbe inghiottito la creatività musicale del gruppo stesso.

Le loro canzoni sono affollate di personaggi turpi e dissoluti: squilibrati, tossicomani psicopatici, prostitute, delinquenti. Eppure il mito dei Rolling Stones non è solo violenza e depravazione. Jagger e compagni, infatti, sanno anche commuovere con un paio di ballate struggenti come "Play With Fire" e "As Tears Go By". Si avvicina il coronamento di un lento percorso che li aveva visti partire dalla reinterpetazione di classici della musica afroamericana (blues e il più recente r&b) per approdare alla maturità di un songwriting personale e incredibilmente espressivo.

Il passato del gruppo e i primi anni Sessanta, con l'esclusività del 45 giri, sono ormai lontani. I Beatles hanno dimostrato pochi mesi prima (il 3 dicembre del 1965, per la precisione, con la pubblicazione di "Rubber Soul" come si possa focalizzare l'attenzione sull'intero album invece che su isolati (per quanto numerosi) hit da classifica, e da qui in poi, nell'arco di soli cinque anni, il rock, sdoganato da ogni vincolo creativo, avrebbe sperimentato infinite metamorfosi di indisciplinata libertà, a cui Jagger e soci avrebbero partecipato attivamente.

Il cuore di tenebra

Ecco allora Aftermath (1966), primo album degli Stones a contenere solo brani scritti dalla coppia Jagger/Richards. Anche gli arrangiamenti si fanno più ricchi. Alla sezione chitarra-basso-batteria si aggiungono strumenti come il dulcimer, le marimbas, il sitar, il flauto e ogni tipo di tastiere.
Il blues più sporco, fetido e misogino si alterna al country rurale tinto di venature folk, Robert Johnson incontra insomma Hank Williams e il consolidato astro dylaniano per dar vita a uno dei più grandi esempi di blues bianco che la storia ricordi.
"Paint It Black" (singolo del '66 inserito nell'edizione americana), con il suo rutilante incedere tribale e il sitar magico di Jones, è il manifesto programmatico della poetica degli Stones: il cuore di tenebra è non solo necessaria condizione umana da accettare passivamente, ma è attiva scelta della volontà (di potenza?), libera presa di posizione contro il perbenismo borghese degli adulti; riecheggiano ancora le minacciose parole: "I see a red door and I want it painted black/ No colors anymore I want them to turn black…", l'impressione è quella di una lussuriosa appartenenza al demonio.
"Stupid Girl" rappresenta il gentil sesso come icona senz'anima dedita alla cura del proprio corpo, esprimendo il piacere voyeuristico tutto maschile di fronte all'universo femminile, a volte in termini misogini, altre volte come sottomissione romantica (la millenaria dicotomia donna puttana/donna angelo). La musica riecheggia un r&b dal sapore fifties, sporcato dalla base funky di basso e batteria. "Lady Jane" è una dolce elegia dal sapore medievaleggiante, che mantiene l'ambiguità circa l'identità di colei a cui è indirizzata (donna o marijuana?).
Uno degli apici del disco è "Under My Thumb", base jazz-funk con aggiunta di vibrafono (a cura di Jones), cantato trasportato degno del miglior crooning blues e soul, chitarra spezzata e composta, testi sprezzanti e ancora attraversati da una forte misoginia: un pezzo impregnato di quella innocenza incosciente dei Sixties. "Doncha Bother Me", "Think" e "Flight 505" sono tre classici nel loro riprendere gli stilemi dei generi: il blues rurale il primo, il blues-rock il secondo, il jazz fumoso declinato in chiave beat il terzo. Il volo 505 si inabissa nel mare trascinando con sé anche il protagonista, raffigurando i timori e il fallimento di un'intera generazione.
"High And Dry" è un perfetto stomp di passaggio, che traghetta verso la morbida psichedelia acustica di "I Am Waiting". Ma è il conclusivo "I'm Going Home" il piatto forte della seconda facciata, un pezzo che si estende per oltre dieci minuti e che congiunge le matrici blues del sound degli Stones con la incipiente ventata psichedelica: il ritorno a casa si protrae in una lunga jam vocale senza aver mai veramente luogo, rievocando un altro dei maestri-fratelli di Jagger, Jim Morrison, di cui egli può a buon diritto essere considerato la controparte inglese.

Il primo centro su Lp non interrompe però la teoria di singoli di successo: la blasfema, elettrizzante "Mother's Little Helper" e il sensuale boogie di "Let's Spend The Night Together", sorretto dal bel riff di piano di Ian Stewart (il pezzo sarà censurato dai media a tutto vantaggio del lato B, la languida "Ruby Tuesday" tengono alto il mito, mentre le sceneggiate di Jagger sul palco (il primo album dal vivo, Got Live If You Want It!, viene pubblicato solo sul mercato discografico statunitense) e i clamorosi arresti per droga di Jagger, Richards e Jones (agli inizi del 1967) riempiono le cronache.

Gli hippie flippati

Prolifici ormai non solo di 45 giri, ma anche di album, gli Stones pubblicano nel 1967 l'accoppiata Between The Buttons-Their Satanic Majesties Request, due lavori usciti sulla scia della febbre psichedelica inoculata in Gran Bretagna da Kinks e Pink Floyd ed esplosa a livello internazionale con "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles.

Between The Buttons è ancora un passo indeciso nei nuovi territori. Non a caso, nell’edizione americana, sfoggia un paio di singoli assolutamente old-style: le sopraccitate "Let's Spend The Night Together" e "Ruby Tuesday", a scapito di "Back Street Girl" e "Please Go Home", che invece comparivano nella versione uscita in Inghilterra. Una scelta comunque fortunata, visto che nelle classifiche americane l’album raggiungerà la seconda posizione, diventando disco d'oro.
La tracklist alterna episodi boogie a digressioni jazzy: "Something Happened To Me Yesterday", "Connection" e "Cool, Calm And Collected" (quest’ultima impreziosita da un grande assolo vocale di Jagger) sono sintomatiche di questo nuovo corso, in cui organo e piano paiono prendere il sopravvento. E se "She Smiled Sweetly" ricalca i canoni di "Ruby Tuesday", indulgendo su atmosfere soffuse, "Miss Amanda Jones" inietta massicce dosi di adrenalina rock, mentre lo psych-blues di "All Sold Out" esplode a ritmo di trombone, trafitto dai feedback di chitarra e dalle dissonanze di piano.
Contribuiscono in modo rilevante al sound del disco tre musicisti di spicco come Ian Stewart (pianoforte e organo), Nicky Hopkins (piano) e Jack Nitzsche (pianoforte e harpsichord).

Mentre spopola la guru-mania e il viaggio in India diventa praticamente un pellegrinaggio obbligato, anche Jagger si dichiara – più o meno credibilmente - seguace del Maharishi Mahesh Yogi, dando sfogo alla sua vena mistico-satanico-orientaleggiante in Their Satanic Majesties Request.
Nel gioco a distanza di invidie e richiami alla Madre India, i Rolling Stones appaiono un po’ a disagio. Gli acidi e l'utopia hippie non si addicono alle loro corde. La loro psichedelia bislacca non convince i fan né la critica (quella inglese la bolla apertamente come "rubbish", e forse neppure loro stessi, se è vero che lo stesso Jagger dirà del disco: "E’ pieno di robaccia. Avevamo avuto troppo tempo a disposizione, troppe droghe ...". Eppure, anche in un parto così bizzarro, non mancano i gioielli, come "She’s A Rainbow", luminoso saggio di pop psichedelico infiammato da trombe, archi e un piano da carillon (a cura di Hopkings), o "2000 Man", con il suo folk alla Donovan cadenzato da sghembi beatfree-form. E ci sono anche le suggestioni folk-rock di "Dandelion" e il vaudeville alla Kinks di "Sing This All Together" a riscattare passi a vuoto piuttosto imbarazzanti, dalla fiaba sconclusionata di "Citadel" agli effettini para-floydiani di "The Lantern".
Un album discontinuo e caotico, insomma, che tuttavia fa balenare il talento ormai maturo e sfacciato di un ensemble

Street fighting band

Mick Jagger - Rolling StonesPrimavera del 1968. Le piazze delle grandi capitali europee pullulano di studenti arrabbiati, a Parigi ci sono le barricate e da Berlino riecheggia lo slogan "Vogliamo tutto e lo vogliamo adesso". I giorni della pace e dell'amore universale lasciano il posto a quelli della rabbia. I Rolling Stones, con la consueta furbizia, si buttano anima e corpo nel clima arroventato, tanto che Mick Jagger arriverà addirittura a partecipare ad alcune manifestazioni contro la guerra in Vietnam.
E’ il momento giusto per un disco come Beggars Banquet. Fin dalla suicida copertina, censurata negli Stati Uniti dove il disco uscirà con una virginale copertina bianca, gli Stones dimostrano di volersi riappropriare dell'immagine di "brutti, sporchi e cattivi", visto che quella di hippie flippati non ha portato loro molta fortuna. Tutto torna a essere pura polpa blues. Un sound spesso acustico, sostenuto dalla robusta sezione ritmica, dall'immane lavoro pianistico di Nick Hopkins e dalla tagliente chitarra di Richards. I testi, oltre ai soliti riferimenti al sesso e alla droga, danno voce al malcontento giovanile e grondano di empatia verso la classe operaia. Mai più i Rolling Stones saranno così rivoluzionari e pericolosi.
Il capolavoro del disco è l’iniziale "Sympathy For The Devil": un sabba demoniaco a ritmo di samba, un'ossessione percussiva guidata dal fraseggio pianistico di Hopkins (forse il più grande sessionman della storia del rock) e dalle stilettate della Telecaster di Keith Richards, tesa come non mai; Mick Jagger si cala alla perfezione nei panni di Lucifero, e da vero messia degli inferi riscrive la storia dell'umanità. Nell'acustica ed elegante "No Expectations ", Brian Jones riemerge per un attimo dall'abisso di droga e spleen esistenziale in cui è caduto, giusto il tempo per donare al brano una magica parte di pedal steel. Il country di "Dear Doctor" mette sul tavolo idee che verranno poi sviluppate nel successivo Let It Bleed. Il plastico basso di Wyman, le figure pianistiche dell'onnipresente Hopkins e la slide di Richards raggiungono la coesione perfetta nelle visioni allucinate di "Jigsaw Puzzle", l'altro capolavoro del disco.
La seconda facciata si apre con il roccioso inno di battaglia "Street Fighting Man", forte di un riff scolpito nel granito e della batteria "militare" di Watts; il testo, rappresenta l'anatema politico più forte mai scritto dalla premiata ditta Jagger/Richards (il brano contiene l'ultimo contributo portato da Brian Jones, sua la parte al sitar, alla parabola dei Rolling Stones). Il blues stradaiolo e pervertito di "Stary Cat Blues" consacra Jagger & soci al rango di nemici pubblici n. 1. L'elegia bucolica di "Factory Girl" e il gospel corale "Salt Of The Earth" chiudono degnamente un lavoro irripetibile, e che ancora oggi manda a cuccia tutti i presunti "ribelli" del rock odierno.

Nel frattempo, gli Stones scaricano Oldham e si affidano a Allen Klein, registrando un tv-show (con Who, John LennonYoko Ono, Jethro Tull) che resta inedito fino al 1996 ("The Rolling Stones Rock & Roll Circus".

L'annus horribilis

Ma la storia della band più oltraggiosa d'Inghilterra volge presto in tragedia.
Brian Jones, ormai abbandonato al suo destino di autodistruzione e sostituito con Mick Taylor, viene trovato morto nella sua piscina la notte del 3 luglio 1969. Il coroner diagnostica la morte per annegamento e trova nel corpo di Jones ingenti quantità di alcol e droga. Ma non mancheranno, negli anni, i sospetti su un suicidio o addirittura un omicidio. Sospetti che coinvolgeranno perfino lo stesso entourage degli Stones.
Nico, con cui Jones ebbe un flirt, scriverà per lui la poesia "Janitor of Lunacy", Jim Morrison "Ode to L.A. while thinking of Brian Jones, Deceased" e Pete Townshend "A Normal Day For Brian, a Man Who Died Every Day". Ma né Keith Richards né Mick Jagger si presenteranno al suo funerale.
La tragedia di Jones dà il la a una triste stagione di lutti nel rock: nel giro di un anno, moriranno altre tre stelle di prima grandezza: Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison. L’utopia hippie, l’epopea della libertà e dell’amore, è al tramonto, simboleggiata dalla fuga impossibile del film "Easy Rider" (1969). Woodstock è l’ultima illusione. Ma sempre nel '69 la setta inebetita del santone (e cantautore fallito) Charles Manson insanguina Bel Air, massacrando sette persone, tra cui l'attrice Sharon Tate (moglie di Roman Polanski) e gettando un'ombra maledetta sull'universo hippie californiano.

E un'aura di morte aleggia anche sugli Stones. Nel dicembre dello stesso anno, durante l'esecuzione di "Sympathy For The Devil" al Festival di Altamont (cui partecipano anche Grateful Dead, Santana e Crosby, Stills, Nash & Young), il violento servizio d'ordine degli Hell's Angels, voluto dagli Stones, provoca disordini, che culminano con l'uccisione di un giovane spettatore, Meredith Hunter.
Infine, Jagger lascia Marianne Faithfull, devastata dalla droga e più volte sull'orlo del suicidio, e sposa Bianca Peres Morena de Macias, una giovane aristocratica nicaraguense.

Ma gli ex loschi figuri della suburbia londinese sanno ancora graffiare. Ne è la riprova l’accoppiata "Honky Tonk Women"-"You Can't Always Get What You Want", ricco antipasto dell'album Let It Bleed, che chiude in gloria l'annus horribilis dei Rolling Stones.
L'inizio è subito al fulmicotone: "Gimme Shelter", puro rock'n'roll chitarristico, che vede Jagger aiutato in controcanto dalla voce femminile di Merry Clayton in un contrasto che riesce a esemplificare quel connubio perverso maschile-femminile che è sempre esistito nel sound delle Pietre Rotolanti (sarà ripresa persino in chiave dark, dai Sisters of Mercy). Nella successiva "Love In Vain", cover di Johnson, riaffiora l'anima blues dei nostri, alle prese con slide e mandolini (con Ry Cooder in grande spolvero) in un clima di caliente malinconia. Il country fa la sua apparizione in "Honky Tonk", versione alternativa di "Honk Tonk Women", e lo fa attraverso violini da sagra paesana e un suono d'insieme molto agreste, con Mick Taylor alla slide.
Il potente basso di Wyman ci introduce in "Live With Me", una delle celebri atmosfere torride degli Stones, retta da una batteria incisiva e da una tagliente ritmica chitarristica. La title track è un'altra gemma: un piano honky-tonk (Stewart) pilota la melodia verso latitudini country-blues. L'inquietudine si fa sovrana in "Midnight Rambler", con atmosfere cupe, fatte di suoni armonici ripetitivi e sinistri rintocchi psichedelici: uno schizzo urbano allucinato, in cui Jagger sfodera mefistofelici vocalizzi gutturali. E' invece Richards a calarsi nei suoni più agresti di "You Got The Silver", con una interpretazione coinvolgente, prima di rivestire i panni della spalla, assecondando l'uomo-scimmia Jagger nell’invettiva anti-perbenista di "Monkey Man".
Il sinfonismo degli Stones raggiunge uno dei suoi vertici nei 7'28'' di "You Can't Always Get What You Want": un enfatico coro gospel dà il benvenuto, si alternano spruzzatine organistiche molto pertinenti, ricami chitarristici e una coralità di musica e voci che cresce sempre più, fino a raggiungere dimensioni mistiche. E' la superlativa conclusione di un altro disco cruciale per la carriera dei Rolling Stones.

I jeans più famosi del rock

Lo stato di grazia è ribadito due anni dopo da Sticky Fingers (1971), che diverrà anche il loro lavoro più celebrato dalla critica, conquistando un posto fisso in quasi tutte le classifiche dei 100 dischi del secolo. Ebbene sì, è l'album con in copertina i jeans sdruciti (ed evidentemente ben guarniti) e la cerniera vera e regolabile (almeno nelle prime edizioni su vinile), il tutto firmato Andy Warhol. La prima oltraggiosa fase, quella più cruda ed efferata, ha però già ceduto il passo a una progettualità sonora netta, forse meno ricca e visionaria (non si improvvisa né si rimpiazza un Brian Jones da un giorno all'altro), ma non per questo priva di ricercatezze, come garantiva la produzione dell'ormai fido Jimmy Miller (artefice nello stesso periodo anche del caleidoscopio musicale dei Traffic).
L'inizio è affidato a "Brown Sugar", micidiale ordigno stritolaclassifiche in cui trovano cittadinanza l'inimitabile riff di Richards, l'animalesca vocalità di Jagger, il battito asciutto di Watts, la chitarra sorniona di Taylor, una profusione incalzante di piano (Stewart) e di sax (Bobby Keyes), infine la puntualità inesorabile del basso di Wyman. Perizia ineguagliabile nell'esporre i conati più aspri e la più languida delle dolcezze, come dimostra la stratosferica "Sway", ballata in bilico tra calor bianco e malinconia, tensione palpabilissima in mezzo a chitarre strazianti, il piano dolceamaro del buon Nicky Hopkins, la teoria discreta degli archi (Paul Buckmaster) e un drumming da accademia delle viscere.
Con "Wild Horses" l'aria si fa più rarefatta, il paesaggio è quello campestre e nebbioso di un qualche pomeriggio in terra d'Albione, contorno ottimale per lo straordinario substrato acoustic-folk di questa ballatona melodica, languidamente interpretata da Jagger. Meno celebre, ma sconvolgente, è la successiva "Can't You Hear Me Knocking", rhythm n' blues dalle torride venature funky-soul (basso e batteria nel cuore della mischia, chitarre insidiose e la voce che insegue torridi punti di rottura), con in più l'acidità verticale dell'organo (Billy Preston), le palpitazioni orizzontali delle congas (Rocky Duon) e uno splendido lavoro di Keyes al sax. Tiriamo il fiato con una cover essenziale e roots di "You Gotta Move", in cui le voci ebbre di Jagger e Richard sono il contraltare buffo di un monumentale Taylor alla slide. Ma c'è poco da star tranquilli, perché "Bitch" è dietro l'angolo, rock posseduto da spiritelli incontenibili, come il soul che scroscia dagli ottoni di Keyes e Jim Price, come il blues che sfregola nella chitarra di Taylor, come il funky scoppiettante della ritmica, treno a precipizio su binari indistruttibili. Binari che ci portano ad attraversare l'agra mestizia soul di "I Got The Blues".
C'è la penna della musa-amante Marianne Faithfull nel testo della celebre "Sister Morphine" (dramma tossico narrato con la pietosa crudeltà di un Lou Reed), folk palpitante e nervoso a cui Jagger dona voce sangue e vocalizzi accorati, orlato da sordi pestaggi di piano (Jack Nitzsche) e dalla slide febbrile di Ry Cooder. "Dead Flowers" è invece un grazioso quadretto folk-blues intarsiato da due chitarre in vena di malie, mentre la conclusiva "Moonlight Mile" imbastisce una ballata ebbra, dove una sezione d'archi in vena d'esotismi può copulare con la più sanguigna delle chitarre ritmiche.
elettronici, o ancora "Sing This All Together (See What Happen)", con i suoi deragliamenti lisergici di matrice che non teme più nulla, neanche le imprese più temerarie. &


Sticky Fingers schizza al primo posto delle classifiche e inaugura la nuova etichetta del gruppo (Rolling Stones Records), griffata dal celebre logo con linguaccia "Tongue and Lip", per la quale esce anche "Brian Jones Presents The Pipers Of Pan At Joujouka" (1971), un album di musica etnica registrato dall'ex-compagno poco prima della scomparsa, durante un viaggio in Marocco.

Turn to Stone(s)

Il suono del gruppo perde però ogni accento esotico e, inaspettatamente, torna alle origini, in un doppio, granitico album, che resterà anche il loro ultimo capolavoro.
Gli Stones di Exile On Main Street (1972) hanno rotto la barriera della bella forma e puntano dritto alle viscere del rock, nella sua forma più grezza e brutale. A rimetterci è soprattutto l’orecchiabilità, tipica dei loro riff (lo stesso Jagger, all’indomani della sua uscita, definirà il suono troppo grezzo e mal prodotto). Richards, invece, ci mette tutta la sua passione per la tradizione: lavora anima e corpo al disco e lo registra in buona parte nella sua villa nel sud della Francia, pescando anche alcuni outtake dai lavori precedenti.
Exile On Main Street è la summa del Richard-pensiero. Nelle sue diciotto tracce, c’è tutto quello che lo ossessionava: il boogie blues, il gospel, la tradizione popolare e il folk, il rock'n'roll, il country, l'honky-tonk e certi ritmi ancestrali da riti voodoo. L’iniziale "Rock Off" si muove agilissima tra chitarre ritmiche, il piano di Stewart e gli ottimi interventi ai fiati di Price. Ma sono i boogie a far da padrone: c’è quello indurito e di facile presa di "Rip This Joint" (con un grande solo di sax di Keyes), quello in salsa honky-tonk di "Casino Boogie", cesellato con la slide e il sax, quello più blues-gospel di "Tumbling Dice", con la voce di Jagger affogata tra gli strumenti, e quello classicamente rock di "All Down The Line".
Altrove, regna la tradizione, come nell’honky-tonk di "Sweet Virginia", splendidamente condito di armonica, piano, sax e cori gospel, nel country di "Torn and Frayed", fraseggiato da piano e Hammond, e nel bozzetto acustico di "Sweet Black Angel", per chitarra, percussioni e armonica. Ed è puro gospel-sound quello di "Loving Cup", con piano e fiati a primeggiare.
"Hip Shake" è costruito su un riff che assomiglia molto a ''On The Road Again'' dei Canned Heat nel giro di note suonate dal basso di Wyman, mentre "Stop Breaking Down" è un blues di Robert Johnson che gli Stones esaltano con la ottima solista di Richards e una batteria tribale, che sembra scandire un rito pagano. Atmosfere da voodoo che pervadono anche "I Just Want To See Her Face", tra vocalizzi luciferini ed effetti stranianti di matrice quasi psych. La semplicità fa la forza di brani come la grezza "Ventilator Blues", con un sax che graffia e un piano in perfetto stile honky-tonk, o "Shine A Light": piano & voce, e un Hammond pulito a far da tappeto a un motivo pop-rock, con coretti gospel che lavorano ai fianchi. "Let it Loose" presenta memorabili fraseggi di piano e chitarra elettrica, prima di farsi trascinare con le trombe in pieno clima da gospel. Potente, vibrante, con la voce maniacale di Jagger, "Soul Survivor" va a chiudere il disco.

Con Exile On Main Street si conclude il ciclo d’oro degli Stones. Dopo il big-bang di questo doppio monolite, infatti, qualcosa si spezza per sempre. Jagger è occupato soprattutto a consolidare la sua fama nel jet-set, tra party sexy e innumerevoli flirt, mentre Richards sprofonda nel baratro delle droghe. Così Goat's Head Up (1973) appare sottotono, anche se conquista il n.1 delle chart Usa con la struggente ballata "Angie" (secondo alcuni dedicata alla moglie di David Bowie), il loro "lento" per antonomasia. E' un disco di transizione, pervaso da un'atmosfera svogliata e decadente, tra archi, wah-wah di chitarra ed espliciti riferimenti sessuali (tra cui la laida "Star Star", ripescaggio dal songbook di Chuck Berry, dall'originario ed emblematico titolo di "Starf*cker".

Il successivo It's Only Rock And Roll (1974) presenta un sound ancor più levigato e di maniera (come ammettono nella title track, "è solo rock'n'roll, ma ci piace", che scivola perfino nel reggae più insulso ("Luxury", ma riesce a riscattarsi con alcune scosse telluriche degne degli anni d'oro, tra cui la stupenda cavalcata elettrica di "Time Waits For No One", trascinata dalla chitarra ipnotica di Taylor e da un Jagger in vena dolceamara, e la sfrontata cover di "Ain't Too Proud To Beg" dei Temptations.

Nel dicembre 1974, Mick Taylor, da sempre allergico agli stravizi dei compagni, abbandona il gruppo e nell'American Tour del 1975 viene rimpiazzato dal chitarrista Ron Wood (1947, Hillingdon, Gran Bretagna), già al fianco di Rod Stewart nel Jeff Beck Group e nei Faces.

Il nuovo album Black And Blue (1976) scala le classifiche grazie al delicato singolo "Fool To Cry" e all’altra intensa ballata di "Memory Hotel", ma conferma una sostanziale povertà d’idee. Eccetto un paio di episodi ("Hand of Fate", "Crazy Mama", il rock’n’roll brado degli esordi cede il passo a sincopi funk-disco (l’esuberante "Hot Stuff" e a eccitazioni latin-reggae ("Hey Negrita". Stagionati erotomani e inguaribili narcisisti, gli Stones ora pomiciano con le discoteche, superando con l’ironia l’altissimo rischio-patetismo.


Rotolando in discoteca

In questo periodo si aggrava la dipendenza dalle droghe di Richards, arrestato in Canada per possesso di eroina insieme alla compagna Anita Pallenberg, altra musa degli Stones e già storica fidanzata di Brian Jones. Nonostante ciò, Some Girls (1978) mostra un gruppo in buona salute, con un pugno di canzoni blueseggianti (la cover di "Just My Imagination" dei Temptation, la ballata di "Beast Of Burden", l’hard-rock decadente di "Some Girls", la gustosa parodia country di "Far Away Eyes" e un singolo sapientemente cazzaro come "Miss You", che li riporta in testa alle classifiche.

Al cospetto di una nuova ondata di giovani rocker pronta a fare pezzi l’ordine costituito, dinosauri inclusi, al grido di "Anarchy in the Uk", Jagger e compagni riescono ancora a tenere botta, facendo la loro porca figura di eterni bad-boys.
Finti come pochi, paraculi quanto basta per continuare a vendere pacchi di dischi, questi Stones da dancefloor

Il ritrovato successo commerciale è ribadito da Emotional Rescue (1980), che sbraca ulteriormente in direzione dance. Il falsetto lascivo della title track, scandita da battiti disco-blues, li porterà, tanto per cambiare, in vetta alle chart. Ma a regalare i momenti più palpitanti è soprattutto il rock primordiale di "She’s So Cold" e "Summer Romance".

Il momento di grazia (almeno dal punto di vista commerciale) è ribadito da Tattoo You (1981), che sfoggia due ospiti illustri come Sonny Rollins e Pete Townshend (Who). La trascinante "Start Me Up", marchiata da un altro memorabile riff di Richards e dalla ritmica implacabile di Watts, è il nuovo inno (e forse anche l’ultimo), "Waiting On A Friend", griffata dal solo di sax di Rollins, e la dolce "Worried About You" consolidano la tradizione delle ballate. Degni di nota anche il doo-wop frenetico di "Hang Fire", la jam reggae di "Slave" e l’hard-blues di "Black Limousine". Nel complesso, tuttavia, il disco è una pallida copia dei classici del passato.

Segue un tour mondiale che si protrae fino al 1982, dal quale vengono tratti un album dal vivo (Still Life, giugno 1982) e un film-concerto ("Let's Spend The Night Together", diretto da Hal Ashby). Sono show turbolenti e instabili, a causa dell'alcolismo che affligge soprattutto Richards e Wood: quest'ultimo addirittura si addormenterà sul palco durante un concerto a Londra!

Jagger, di nuovo al centro delle cronache rosa per il matrimonio con la modella Jerry Hall (ex di Bryan Ferry), perpetua il ruolo dell'animale da palcoscenico con i suoi atteggiamenti plateali ma sempre più caricaturali. L'11 luglio 1982 gli Stones tengono a Torino il primo concerto in Italia dal 1967. E’ la sera della finale dei Mondiali di Spagna: per accattivarsi il pubblico, Jagger indossa una maglia azzurra con il numero 20, quello di Paolo Rossi, e profetizza il 3-1 dell'Italia sulla Germania. Poche ore dopo, l'Italia sarà campione del mondo...

Il pasticciato Undercover (1983) è il segno più evidente del declino della band, ormai a corto di idee e pronta ad adeguarsi alle nuove mode musicali (come con l'opaco funk di "Undercover Of The Night". Sonorità hard-rock, new wave, pop, reggae, dub e soul vengono trapiantate negli spartiti della band determinando frequenti crisi di rigetto. L’ode ninfomane di "She Was Hot" tiene per un attimo alta la suspence, ma già l’immaginario stantio di "Too Much Blood" ha il sapore della minestra riscaldata e "Wanna Hold You" è solo il disperato colpo di coda di un Richards sempre più insofferente.

La crisi, infatti, fa venire definitivamente alla luce i dissidi tra Richards e Jagger: il primo deciso a mantenere l’impronta rock tradizionalista, il secondo più propenso a cavalcare le tendenze musicali del momento. Jagger debutta come solista con She's The Boss (1985), prodotto da Bill Laswell e Nile Rodgers, virando in seguito verso un pop-rock decisamente banale, come dimostrano anche i duetti con David Bowie ("Dancing In The Street" e Tina Turner per la kermesse umanitaria di Live Aid (luglio 1985). Significativo che nello stesso concerto Wood e Richards scelgano di accompagnare, con le chitarre acustiche, Bob Dylan.

Incuranti della crisi e uniti da un destino che li vuole immortali, i Rolling Stones - nel frattempo divenuti la prima band a entrare nella Hall of Fame - vanno avanti con Dirty Work (1986), prodotto da Steve Lillywhite e dedicato all'amico Ian Stewart, da poco scomparso. "One Hit (To the Body)" prova (invano) a ridestare i fan dal torpore, ma è una cover del misconosciuto duo Bob & Earl a offrire i momenti più intensi: "Harlem Shuffle", conturbante esercizio di oscurità soul, fa gridare per un attimo al miracolo. Peccato, però, che assalti assai più telefonati, come "Winning Ugly" e "Had It With You", riportino presto l’ascoltatore alla realtà.

Nei tre anni successivi si accentua il solco tra i quattro membri della band: Watts suona jazz con la Charlie Watts Orchestra, Wood accompagna in tour Bo Diddley, Richards collabora con Aretha Franklin ("Jumpin' Jack Flash" e all'allestimento di un film-concerto in onore di Chuck Berry ("Hail! Hail! Rock'n'Roll", 1987). Quando Jagger pubblica il suo secondo, deludente album Primitive Cool (1987), anche Keith Richards, nel frattempo disintossicato e rinsavito, incide il suo primo album da solista: Talk Is Cheap (1988).

Gli highlander

Ma la longevità degli Stones è a prova di bomba. Esce così Steel Wheels (1989), con il singolo "Rock And A Hard Place", la cantilena di "Sad Sad Sad", il rock’n’roll di "Mixed Emotions" e poco altro. Il sound ha perso del tutto l’espressività viscerale di un tempo, anche le loro jam infuocate si sono progressivamente stemperate: tutto risulta tremendamente studiato e poco convinto.

Gli Stones, però, restano una macchina da concerti senza eguali. E così dopo il nuovo tour, arriva l'album liveFlashpoint (1991), che conferma quantomeno lo stato di salute della band dal vivo, offrendo anche un paio d'inediti in studio: "Highwire" e "Sex Drive".

Subito dopo il tour, Bill Wyman lascia la band, mentre Richards pubblica Main Offender (1992) e Jagger Wandering Spirit (1993).

Voodoo Lounge (1994) vede il bassista Daryl Jones (già con Miles Davis e Sting) al posto di Wyman. Gli Stones, se non altro, rinunciano agli ammiccamenti maldestri alle nuove tendenze, concentrandosi su un rock duro e compatto, grazie anche al contributo in cabina di regia del nuovo produttore, Don Was. "Love Is Strong", "You Got Me Rockin'" e "Sparks Will Fly" si mantengono nei binari di un canonico rock chitarristico di marca 70’s, ma forse l’apice del disco è da rintracciarsi nelle atmosfere malinconiche di "Out Of Tears" e nei profumi esotici di "Moon is Up".

Un anno dopo esce Stripped, un album registrato in parte dal vivo e in parte durante le pause dell'ultimo tour. Un disco ancora una volta mediocre, salvo la riuscita cover della dylaniana "Like A Rolling Stone", che in questa versione assume un nuovo, ironico significato.

Neanche Bridges To Babylon (1997) riesce invertire il declino della rock band più duratura di sempre. Jagger tenta di dare una rinfrescata al sound del gruppo chiamando a raccolta collaboratori come i Dust Brothers (Beck, Beastie Boys) e Danny Saber (Black Grape). Ma, a parte qualche scarica d’adrenalina ("Gunface", "Flip The Switch", "Low Down", il copione riserva poche sorprese, inciampando nella maldestra ballata di "Anybody Seen My Baby?" e nello stanco numero reggae di "You Don't Have To Mean It", firmato da un Richards ormai controfigura di sé stesso.

Dopo un lungo periodo di pausa, colmato solo da sporadici show, con Jagger intento a pubblicare il nuovo disco solista, Goddess In The Doorway (2001), il patetico tentativo di maquillage di A Bigger Bang (2005) si rivelerà ancor più disastroso. Tranne, ovviamente, per il conto in banca dei Nostri, catapultati per incanto in vetta alle classifiche, grazie a una gigantesca operazione di marketing. "Rough Justice", il pezzo che inaugura il festival delle banalità, è un classic rock senza alcun mordente. Il primo singolo estratto, "Streets Of Love" è per certi versi disarmante, tanto è convenzionale.
Il disco suona esangue e privo di effettivi stimoli. Tesi avvalorata dalle seguenti "Let Me Down Slow" e "It Won't Take Long", dove il senso di déjà vu diventa insopportabile. Il funky venato di black and blues di "Rain Fall Down" si salva, almeno nei primi trenta secondi, per poi sprofondare nella banalità. L'onda lunga del riempitivo, che coinvolge il blues ubriaco di "Back Of My Hand", le chitarre e i ritornelli alla Jet di "She Saw Me Coming" e i sentimentalismi preconfezionati di "Biggest Mistake", tocca l'apice con la stanca "This Place Is Empty".
Il resto non è meno scontato, con l'armonica della politicizzante "Sweet Neo Con", il retrogusto anni 80 di "Look What the Cat Dragged In" e lo swing spericolato (sic!) di "Driving Too Fast". In chiusura, "Infamy", cantata da Keith Richards, suona un po' come una sorta di liberazione.

La successiva tournée, tuttavia, è l’ennesimo trionfo, anche per le loro già floride finanze (con 138,5 milioni di dollari incassati, sono i musicisti più ricchi del 2006), fino al singolare incidente occorso a Keith Richards: durante una vacanza alle isole Fiji, cade da una palma, procurandosi una commozione cerebrale. Operato al cervello all'ospedale di Auckland, in Nuova Zelanda, ne uscirà con la consueta ironia: "Hanno rimesso a posto la mia testa".
Il 23 marzo 2007 Mick Jagger annuncia il prosieguo del "Bigger Bang Tour".

Se la longevità forzata degli ultimi vent'anni ne ha fatto delle stagionate caricature di rockstar, la selvaggia creatività dei loro anni d'oro ha marchiato a fuoco la storia del rock. I Rolling Stones sono diventati il prototipo della rock band, costruita attorno a un frontman insolente e carismatico, a un chitarrista-funambolo e a una sezione ritmica lussureggiante. Sono stati loro a tracciare la via maestra attraverso la quale la musica di Chuck Berry ha varcato le soglie del Duemila. Sono il gruppo che dal vivo ha avuto il maggior numero di spettatori della storia. Hanno venduto milioni di dischi. In fondo, non è importante stabilire se siano davvero la più grande band del rock. I Rolling Stones, semplicemente, sono il rock.
riescono quantomeno ad attirare le simpatie di quanti ne avevano sempre avversato lo stile ruvido e scontroso.




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Ivan Della Mea 
  

Nato a Lucca il 16 ottobre 1940, il suo vero nome è Luigi. Tra il '57 ed il '58 si iscrive al PCI. Prima di occuparsi di musica svolge vari lavori, operaio in una fabbrica elettromeccanica, fattorino al "Calendario del Popolo", redattore al giornale "Stasera" (sembra abbia anche scritto anche alcuni racconti per i Gialli Mondadori).

Comincia a scrivere canzoni nel 1959; nel 1962 l'incontro con Gianni Bosio segna un momento importante nella sua vita di militante e di cantante. Insieme a lui è uno dei fondatori del Nuovo Canzoniere italiano, con cui farà un'intensa attività di spettacoli, dischi, ma anche di ricerca. Le sue prime incisioni fanno parte del disco Canti e inni socialisti, prodotto nel 1962 per il 70o anniversario della fondazione del PSI, mentre per la neonata etichetta musicale "I dischi del sole" pubblica il suo primo LP Ballata della piccola e della grande violenza.

La sua produzione discografica si articola in una serie di 45 giri e in diversi LP: oltre a Ballata della piccola e grande violenza del 1962, La mia vita ormai e Ho letto sul giornale, due mini-LP del 1965, lo so che un giorno del 1966, Il rosso è diventato giallo del 1969, Se qualcuno ti fa morto, La nave dei folli, La balorda del 1972, Ringhera del 1974, Compagno ti conosco e Fiaba grande del 1975, La piccola ragione di allegria del 1978, Sudadio-Giudabestia I e II del 1979-80.

Le sue tappe artistiche non sono solo rappresentate solo dai dischi a suo nome, ma anche e soprattutto dalla sua presenza attiva agli spettacoli organizzati dal Nuovo Canzoniere Italiano: in particolare egli partecipa nel 1963 ad uno spettacolo di canzoni padane con Fausto Amodei, Giovanna Daffini, Sandra Mantovani, Michele Straniero e Rudi Assuntino; nel 1964 a L'altra Italia e a Pietà l'è morta (la resistenza nelle canzoni); dal 24 aprile al 2 giugno 1965 prende parte alle trentacinque repliche di Bella ciao, nel 1966 a Ci ragiono e canto; nel 1967 partecipa con Giovanna Marini all'Encuentro internazionale sul canto di protesta tenutosi a Cuba.

Il 2 dicembre 1967 lascia il Nuovo Canzoniere Italiano (sembra per motivi economici) dopo una lite con Gianni Bosio. Nel 1969 scrive insieme a Franco Solanas e interpreta il western all'italiana "Tepepa" con protagonista Tomas Milian e la partecipazione addirittura di Orson Welles. Nel 1971 fatta la pace con Bosio rientra nel Nuovo Canzoniere italiano.

La sua attività di dischi e di spettacoli si interrompe nel 1980. Dal 1985 è presidente del Circolo Arci"Corvetto" di Milano, nel 1996 succede allo scomparso Franco Coggiola nella direzione dell'Istituto De Martino. Nel 1997 realizza per "Il Manifesto" l'Lp Ho male all'orologio; nel 2000 sempre per "Il Manifesto" esce La cantagrande forse walzer.

Ivan ci lascia improvvisamente il 14 giugno del 2009.

 
 
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: A quel omm, che incuntravi de nott in vial Gorizia, là sul Navili
Anno: 1965
 
Ballata del piccolo An
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: O Cheu io vorrei che tu fossi qui con me a gioire degli ilang in fiore
Anno: 1974
Tematica: antimperialisti
 
Ballata per Ciriaco Saldutto
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Lui ha quindici anni, cognome Saldutto, alunno alle medie, scuola Pacinotti
Anno: 1972
Tematica: emigrazione
 
Ballata per Franco Serantini
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Di nome avevi Franco, cognome Serantini
Anno: 1972
Tematica: contro le forze dell'ordine
 
Ballata per l'Ardizzone
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: M'han dit che incö la pulisia a l'ha cupà un giuvin ne la via
Anno: 1962
Tematiche: comunisti, contro le forze dell'ordine
 
Basta y hasta
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Finché in piazza c'è un operaio,
Anno: 1970
Tematica: comunisti
 
Caporetto '17
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: So 'ndato in guera so 'ndato in guera mi ci han mandato
Anno: 1972
Tematica: antimilitaristi/contro la guerra
 
Con la lettera del prete
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: Con la lettera del prete 'è vegnùu chì a Milan
Anno: 1965
Tematiche: anticlericali, lavoro, economia, capitale, emigrazione
 
Congo [Ballata di Stanleyville]
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Ho letto sul giornale: "Trecento bianchi morti
Anno: 1965
Tematica: antimilitaristi/contro la guerra
 
Consigli per i turisti
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Anche quest'anno gli è un gran bonanno
Anno: 1972
Tematica: satirici
 
Creare due tre molti Vietnam
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: A chi mi aspetta in buona o mala fede a chi mi chiede «A Cuba cos'hai visto?»
Anno: 1968
Tematiche: antimperialisti, comunisti
 
Crepa
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Se tu non sei bambino non devi dire "amo"
Anno: 1972
 
È un buon padrone, un bravo italiano ma...
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: 'sta storia che è su "Il Giorno" del 5 novembre
Anno: 1969
Tematiche: comunisti, lavoro, economia, capitale
 
El me gatt
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: A l'han trovàa distes in mezz a i orti
Anno: 1962

Traduzione: italiano
 
Forza Giuan l'idea non è morta
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Basta sperare, Franco, amico mio! La ruota gira, il mondo è ben rotondo.
Anno: 1969
 
Il rosso è diventato giallo
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Compagno, quando il partito, finalmente
Anno: 1969
Tematica: comunisti
 
Io so che un giorno
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Io so che un giorno verrà da me un uomo bianco vestito di bianco
Anno: 1966
Tematica: sociali
 
La classe morta
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Tutti gli anni tuoi i troppi affanni
Tematica: comunisti
 
La ringhera
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: El dieciocho día de julio
Anno: 1974
 
Lettera a Michele
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Mio caro Michele ricordi la lotta
Anno: 1972
Tematica: comunisti
 
Mangia el carbon e tira l'ultim fiaa
Sezione: Il dopoguerra e la ricostruzione (1945-1962)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: Sont in vial Monza, visin a l'ABC
Anno: 1966
Tematica: lavoro, economia, capitale
Traduzione: italiano
 
Mio Dio Teresa tu sei bella
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: L'era li' piantaa' per tera L'era li' ma senza rabia
Anno: 1974
 
Nove maggio
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: E nei giorni della lotta rosso era il mio colore
Anno: 1965
Tematica: comunisti
 
O cara moglie
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: O cara moglie, stasera ti prego dì a mio figlio che vada a dormire
Anno: 1966
Tematiche: antifascisti, comunisti, lavoro, economia, capitale
 
Perchè mai parlarvi di pace
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Ma perché mai parlar di pace voi lo sapete del freddo e dei figli
Anno: 1969
Tematica: comunisti
 
Piccolo uomo
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Piccolo uomo oggi è la tua festa
Tematica: sociali
 
Quando 'riva 'l cald
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: Quand riva 'l cald, mi riessi no a dormì
Anno: 1966
Tematiche: comunisti, satirici
 
Questa è una storia
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Questa è una storia solo una storia
Anno: 1965
Tematica: sociali
  
Rosso un fiore
Sezione: La canzone politica dagli anni '80 (1980-)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Mi hanno detto: il comunismo è la fonte di ogni male
Anno: 1997
Tematica: comunisti
 
Scarpe rotte
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: O compagno se tu mi chiedi "Cosa vedi?" io ti dirò
Anno: 1972
Tematica: comunisti
 
Se il cielo fosse bianco di carta
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Se il cielo fosse bianco di carta e tutti i mari neri d'inchiostro
Anno: 1965
 
Sebastiano
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Sebastiano l'operaio il terrone da catena
Anno: 1979
Tematiche: comunisti, lavoro, economia, capitale
 
Sent on po' Gioan, te se ricordet
Sezione: Il dopoguerra e la ricostruzione (1945-1962)
Nazione: Italia
Lingua: milanese
Capoverso: Sent on po' Gioan, te se ricordet del quarantott, bei temp de buriana...
Anno: 1966
Tematica: comunisti
Traduzione: italiano
 
Tu lo sai compagno a Marzabotto
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Tu lo sai compagno a Marzabotto
Anno: 1966
Tematiche: antifascisti, antimperialisti
 
Venne Maggio (Prologo di un anno)
Sezione: Dal centrosinistra all'autunno caldo (1963-1969)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Venne Maggio e fu speranza e fu bandiera
Anno: 1969
 
"La..."
Sezione: La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)
Nazione: Italia
Lingua: italiano
Capoverso: Troppo spesso ti sento accusare, sento dire che hai colpa di tutto
Anno: 1972
Tematica: satirici
 

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